Personaggi. Il cantante romano, recentemente esibitosi a Vicenza in forma
semi-privata, si racconta
Baglioni rilegge una carriera di testi sul vivere «L'artista si deve esporre
e deve essere utile»
di Maria Pia Morelli
Vicenza. Da tre generazioni è una bandiera per gli amanti della bella musica
leggera italiana, quella che esalta, emoziona, fa innamorare.
Claudio Baglioni, cantautore romano, sembra essere l'emblema vivente
dell'elisir dell'eterna giovinezza. Lo smalto è sempre quello dei bei tempi,
le doti canore restano indiscutibili, la qualità poetica dei testi riesce
ancora a far venire i brividi tanto alle madri, quanto alle figlie. E ai
mariti gelosi, non resta che stare ad ascoltare. Un artista completo, che
accompagnato dal fedele Massimiliano Savaiano, gira il mondo, ossessionato
dall'idea di realizzare il concerto perfetto, cosa che peraltro, spesso gli
riesce.
Un modo, in ogni caso, per dare sempre il meglio di sé di fronte a qualsiasi
platea, compresa quella atipica, come è successo di recente, degli
industriali di Vicenza.
- Quando lei ha iniziato la carriera, per il mondo giovanile la musica aveva
una valenza rivoluzionaria. Adesso invece che significato ha?
«La musica, come altre manifestazioni collettive ha perso la forza
rivoluzionaria nelle nuove generazioni che si affacciano alla vita, anche se
a livello personale ognuno può continuare a ricavare da un brano motivi per
riflettere e per stare bene. Alla fine degli anni Sessanta, si affermava sia
in Europa che in America la voglia di cambiare il mondo e la musica
interpretava questo processo. Per me ha rappresentato un'occasione di
riscatto, un modo per uscire da Centocelle, un paesone di quindicimila
abitanti della periferia romana, lo stimolo per realizzarmi e farmi
conoscere».
- "E tu", "Avrai", "E tu come stai?", "Strada facendo", "Mille giorni di te
e di me", "La vita è adesso": i suoi titoli tradiscono una particolare
attenzione per le persone che ci stanno accanto. Un messaggio sempre valido?
«Io ho scritto canzoni sia sull'avventura sia sulla disavventura del vivere.
Penso i miei testi come se fossero sempre rivolti a qualcuno, una serenata
fatta da un balcone per chi mi sta ascoltando. Lo vivo come un momento
magico che si traduce in un'energia dinamica, fonte continua d'emozione che
cerco di condividere con il pubblico».
- Come è cambiato e qual è il mondo a cui si rivolge con i suoi brani?
«Oggi viviamo in un'epoca vagamente infelice, di contraddizioni e
confusione, dove i sogni che animavano la mia generazione sono sbiaditi.
Quegli ideali puri e cristallini per una società migliore non hanno ora la
stessa forza, la stessa luce. La ricerca, talvolta anche disperata di
conquistare il benessere, si tramuta in una corsa folle al denaro e al
potere. È un palliativo, che, però ti conforta dandoti l'effimera sensazione
di essere qualcuno».
- Lei dice di appartenere a quella razza padrona che è maledettamente
ignorante e sprecona, cosa pensa di poter fare per tutelare i diritti dei
più deboli?
«Nella mia condizione di privilegiato a volte mi illudo di avere la
possibilità, partecipando a manifestazioni del tipo "accorrete gente" e a
concerti "Live Aid", di dare qualche apporto e speranza a realtà più
bisognose della nostra. In altri momenti invece sono pervaso dalla
sensazione avvilente che il singolo cittadino possa molto poco nel riuscire
a migliorare il mondo. Tuttavia a cinquantaquattro anni, credo che
l'artista, convinto di poter essere utile anche agli altri si debba esporre,
nonostante le critiche sferzanti di cinici editorialisti».
- Dopo otto anni a Vicenza è stato occasionalmente di nuovo insieme con
Fabio Fazio con cui aveva condotto in Tv "Anima Mia". In generale che
rapporto ha con l'ambiente dello spettacolo?
«Ho un buon rapporto con artisti come Venditti, De Gregori, Renato Zero
anche perché sono romani, ma io non mi posso definire per carattere un
presenzialista, sono un po' un cane sciolto, è stata quindi la televisione
che mi ha avvicinato ai miei colleghi. Da tre anni, ogni settembre,
organizzo a Lampedusa uno spettacolo che mi ha messo in contatto con persone
che fanno il mio stesso mestiere. È una rassegna un po' fuori degli schemi
che quest'anno allargheremo al cinema, dove sul palco, allestito sulla
spiaggia si sono esibiti ospiti come Enrico Ruggeri, Irene Grandi, Pino
Insegno, Bennato e molti altri».
- Perché proprio Lampedusa?
«Lì mi sento bene, è un po' come se fosse casa mia. Inoltre l'isola
geograficamente rappresenta la meta d'approdo di migliaia di immigrati
clandestini: è quella pesante linea d'ombra che delimita il mondo dei ricchi
da quello dei poveri, metaforicamente è un salvagente per i naufraghi.
Lampedusa è stata per anni un crocevia d'incontro di diverse civiltà, quindi
il messaggio di sensibilizzazione che si vuole dare è quello di conoscersi,
di imparare a convivere con le razze e le realtà che sono altro da sé. Si
tratta di una scommessa al tempo stesso affascinante e conflittuale che
l'uomo deve fare per la propria sopravvivenza, soprattutto oggi in una
realtà così allarmata e allarmante, smarrita nella sua insicurezza».
- A quale collega è legato in maniera più significativa?
«Sicuramente a Peter Gabriel, anche a molti personaggi italiani, ma
soprattutto a lui. L'ho frequentato in un momento particolare della mia
vita, quando, artisticamente parlando, stavo cambiando pelle. Mi ha
insegnato che l'artista veterano deve avere più coraggio dei giovani, aprire
sempre nuove strade, continuare ad essere pioniere, sperimentare percorsi
diversi. È quello che cerco di fare anch'io, la dimensione del viaggio è
fondamentale, ti apre la mente, ti aiuta a vivere meglio anche con le
persone che ti stanno accanto».
- Suo figlio Giovanni è sempre vissuto con un padre celebre. Che rapporto ha
instaurato con lui?
«Anch'io sono figlio unico, come Giovanni che ora ha 23 anni. Il fatto di
crescere da solo, mi ha abituato a sviluppare il senso di osservazione e di
ascolto del mondo. Mi sarebbe piaciuto avere un fratello; con Giovanni però
il rapporto è cresciuto nel tempo. La musica ci ha avvicinati, aiutandoci
tantissimo a conoscerci e ad apprezzarci. Anche lui suona e lo fa piuttosto
bene, ha una grande passione, decisamente superiore a quella che alla sua
età avevo io, sebbene abbia scritto "Signora Lia" a soli sedici anni"».
- Quali colpe hanno i padri e quali i valori guida a cui ispirarsi nel
crescere i figli?
«I padri di oggi sono meno rappresentativi come figure di riferimento,
cercano di mediare, di avere un rapporto poco contrastato, di instaurare una
sorta di pace ovattata, forse un po' troppo di comodo. Il tempo a
disposizione da trascorrere insieme è insufficiente, quindi il rischio è
quello di non essere in grado di cogliere i reali bisogni dei figli. Spesso
viene a mancare il confronto e lo scambio di idee, necessari per crescere».
- Nel suo libro "Senza Musica", parla della carestia di un cuore che non sa
più palpitare. È il suo?
«No, perché il sentimento d'amore è un'incredibile fonte di soddisfazione, è
una forza dirompente e scatenante che ti brucia dentro e a cui è impossibile
sottrarsi. Nel suo nome si compiono le azioni più azzardate, si fa tutto e
il contrario di tutto, è un'emozione d'euforia che talvolta può raggelarti.
Io sono un timido, che ha fatto molta fatica ad avere un ruolo pubblico, in
certe situazioni mi sono scoperto persino un po' misantropo, nel tempo sono
cresciuto e in questo è stata fondamentale l'esperienza sentimentale e
affettiva».
-Lei è un artista pieno di progetti che ha saputo affrontare sempre nuove
imprese. Quanti sogni sono caduti ."Strada facendo"?
«Nel corso del mio viaggio si sono infranti molti sogni, ma non ho mai perso
la capacità di commuovermi e di stupirmi di fronte alla vita e alle cose
belle e buone che comunque sa offrire. Sono un uomo fortunato, consapevole
che a volte più che di un mondo nuovo c'è bisogno di occhi nuovi per
guardare il mondo. Cosa che tuttora mi sforzo di fare».




