L’oratorio, la timidezza, lo show business, Baglioni si confessa e rivela: «Canto perché volevo essere qualcuno nel mondo»
«Porto la gente oltre la realtà delle cose visibili»
«Noi artisti siamo procacciatori di emozioni, sul palco cerchiamo vibrazioni»
La magia di una notte d’estate, un evento musicale e umano straordinario, l’amicizia tra un sacerdote e un cantante di successo, un pubblico caldo e partecipe. Tutti ingredienti che hanno decretato il grande successo di Claudio Baglioni venerdì sera a Retegno. Questo autore che ha fatto la storia della musica leggera italiana, del resto, ha scoperto una nuova giovinezza, come ci ha raccontato prima del suo bagno di folla. Questa sera Claudio Baglioni torna in oratorio, un luogo che conosce bene e apprezza, si dice.«Sì, sono cresciuto in oratorio, un luogo che ancora oggi, soprattutto nelle grandi città dove magari non cresce altro, considero come un avamposto, un luogo dove si esprime l’idea di stare insieme».Molti considerano l’oratorio un luogo dove si prega e basta.«È sbagliato. Stare in oratorio non è solo pregare, ma anche “orare”, vale a dire parlare, conoscersi reciprocamente, aggregarsi. Ritengo che molte vite siano state, se non salvate, assistite, coadiuvate, corrette, dagli oratori».Quanto è durata l’esperienza di oratorio di Claudio Baglioni?«Come chierichetto ho resistito una funzione sola: sbagliai a scampanellare e venni redarguito. Ho fatto poi il catechista per un paio d’anni, anche se ritengo di essere stato un pessimo catechista».Ho letto da qualche parte che intorno ai 12 anni pensavi di farti prete.«Verissimo. Mi sentivo chiamato, pensavo di avere la vocazione. Lo dissi a mia madre la quale, pur essendo una donna pia, che non mi avrebbe mai ostacolato in una scelta del genere, mi guardò in modo strano».La religiosità ha segnato comunque la tua vita di artista. In certi brani, come “Gesù caro fratello” o “Sisto V”, emerge una ricerca interiore, religiosa.«La religiosità e la ricerca sono una domanda, una continua domanda e una distanza da colmare. Il viaggio della vita non è solo raggiungere una meta, ma anche coprire delle distanze, e quando pensiamo di avere capito e raggiunto tutto, di avere trovato la nostra pace interiore e religiosa, secondo me possiamo commettere l’errore di adagiarci». Ed essere artista aiuta in questo percorso?«La vita, l’arte, la composizione, sono percorsi paralleli, strade che si muovono nella stessa direzione. Io amo questo lavoro perché cerco continuamente, e questo mi rende vivo, mi stimola, mi rende curioso».Qual è il più grande successo di Claudio Baglioni, artista e uomo?«Quello di avere incontrato il mondo. Ero un ragazzino timido che aveva paura di guardare in faccia le persone che lo circondavano. Sono diventato un uomo che ha imparato a galleggiare sul mare del mondo, a nuotare, a non andare a fondo: questo è un grosso successo».Aiuta anche a sfuggire alla solitudine?«Sì. Io ho un’indole malinconica e ho capito che attraverso il mio lavoro sono riuscito a sfuggire più che alla solitudine a quei momenti in cui di vede tutto nero, in cui sembra che non ci sia più una possibilità, e questo cerco di comunicarlo agli altri. Il fatto di essere un personaggio pubblico da una parte mi ha riempito di vanità e mi ha dato dei privilegi, dall’altro mi responsabilizza. Sorridere a una persona e cercare di essere cortese con il prossimo il più possibile ritengo sia già un buon passo nell’incontro con qualcun altro».Un concerto per raccogliere fondi da utilizzare per un campanile, altre serate benefiche: da dove arriva questo impegno?«Qualcuno dice che le persone che hanno successo a un certo punto della loro vita o della loro carriera si dedichino alle buone cause per farsi perdonare questo successo. Io invece credo che noi artisti siamo anche artefici di qualcosa, dunque non possiamo limitarci a cantare e a suonare. Dobbiamo renderci utili, e magari anche gregari, perché in occasioni come quella di stasera non è tanto importante chi canta e chi suona e gli applausi hanno un valore relativo. Ciò che conta veramente è la finalità della manifestazione».Stasera canti davanti a mille persone o poco più. Una bella differenza dalle folle oceaniche degli stadi o dei palasport.«Non è così diverso. Ho iniziato a studiare musica, a cantare, a fare questo lavoro, perché volevo essere qualcuno nel mondo, desideravo che le altre persone mi guardassero e potessero apprezzarmi. Poi il tutto si è trasformato in una ricerca della felicità e io quando sono sul palco spesso sono realmente felice. È una bella medicina, specie se vedo che le cose vanno bene, se avverto delle vibrazioni che girano nell’aria. Le emozioni, sia che si canti per mille o per diecimila persone, sono le stesse, e io sono un uomo fortunato, perché le provo e perché cerco di donarle».Qual è la dimensione che preferisci, dal vivo? Quella acustica o quella delle grandi scenografie?«Come cantante mi piace di più quella acustica. Capisco però che in certi luoghi possa essere interessante anche l’idea di realizzare una sorta di teatro globale, con artisti di circo, ballerini, grandi effetti. Come ho già detto, noi siamo procacciatori di emozioni, cerchiamo di sollecitare noi e gli altri ad andare sotto la superficie, oltre la realtà delle cose visibili».
Arrigo Boccalari
Una chitarra, il piano elettrico e il menestrello diventa mago
Retegno “Volevo essere un grande mago ...”. Un attacco che più pertinente di così non poteva essere. Venerdì sera, a Retegno, il “mago” Claudio Baglioni ha sconfitto la pioggia, la sfortuna, i tempi stretti che lasciano poco spazio tra un impegno e l’altro, e si è presentato sul palco del cortile dell’oratorio, di fronte a più di 1.100 persone, per un evento che nella piccola frazione di Fombio non si era mai visto. Merito del parroco, don Alberto Curioni, amico del cantautore romano, che è riuscito a coinvolgere nella sua scommessa: dare un campanile alla chiesa parrocchiale: “Tutti qui per condividere un sogno verso il cielo” si leggeva sulle magliette stampate per l’occasione, con il volto sorridente di Baglioni in primo piano. Quella di venerdì è stata infatti una serata benefica, i cui proventi andranno a finanziare un pezzo del campanile (il cui modellino era ben in vista in fondo al palco), una serata in cui Claudio Baglioni, “aiutato” solo dalle chitarre e da un piano elettrico, non si è risparmiato, regalando quasi tre ore di emozioni, senza un attimo di tregua. Gli unici intermezzi sono stati quelli del dialogo con il pubblico, caldo, partecipe, attento, in gran parte composto da donne, di tutte le età. Un po’ di preoccupazione serpeggiava tra gli organizzatori un’ora prima del concerto. Il cielo era minaccioso, le previsioni meteo parlavano di possibili temporali e qualcuno non nascondeva il timore che, dopo la prima data, saltata per un’indisposizione del cantante, la cattiva sorte si accanisse una seconda volta. Ma non è stato così: la pioggerella fastidiosa e insistente che è caduta per mezz’ora su Retegno si è fermata davanti alle parole di don Alberto Curioni, che dal palco ha introdotto la star di fine luglio, che dalle folle oceaniche degli stadi ha scelto di sostenere il sogno di una piccola frazione della Bassa lodigiana. E alle 22 circa il sortilegio del “mago” Baglioni si è completato, quando, durante l’esecuzione di “Lampada Osram”, in cielo sono apparse le stelle.“Acqua dalla luna” ha dato il via al concerto, seguita a ruota da “Puoi?” e da “Doremifasol”, eseguita al pianoforte, così come “Poster” e “Solo”. Baglioni ha attinto a tutto il suo repertorio, privilegiando quello del passato, che porta sino agli anni ottanta, ma senza tralasciare la produzione degli ultimi anni. Così Accanto a “E tu” e “Sabato pomeriggio” ha eseguito “Mai più come te”, “Cuore di aliante”, “Sono io”, “Io sono qui” e una struggente “Patapàn”, che ha inumidito molti occhi.Un pubblico caldo, che ha cantato assieme a Baglioni (e assieme a don Curioni, che non disdegnava affatto di partecipare ai cori da sotto il palco), in un crescendo di emozioni che ha avuto momenti particolarmente intensi: quando, ad esempio, il cantante ha intonato “Mille giorni di te e di me”, o “La vita è adesso”, o quando ha salutato il pubblico con una trascinante “Strada facendo”, prima di lasciare il palco e salire direttamente in macchina alla volta di Viareggio. Un successo, un indimenticabile evento per la parrocchia, per la gente, per l’amministrazione (che ha voluto premiare Baglioni con una targa), soprattutto per lui, per don Alberto Curioni, l’artefice della serata.
Ar. Bo.
dal sito www.retegno.it