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"Ero una bambina milanese come tante altre, di famiglia ebraica laica e agnostica non avendo ricevuto alcun insegnamento religioso in casa. Nel settembre del 1938 avevo terminato la scuola elementare....Non avevo mai sentito parlare di ebraismo quando, una sera di fine estate, mi sentii dire dai miei familiari che non avrei più potuto andare a scuola...Io frequentavo una scuola pubblica, ero una discreta scolara, non vedevo motivi per essere espulsa.
-Perchè?Cos'ho fatto di male?- chiesi, e intanto mi sentivo colpevole, colpevole di una colpa che mi era sconosciuta.
Solo negli anni avrei capito che era la colpa di essere nata ebrea: colpa inesistente, paradosso artificiale ma allora spavantosamente reale......
E poi era la notte, la notte de Lager. Arrivava il pezzo di pane nero, atteso pazzamente tutto il giorno, perchè dopo la zuppa schifosa che ci davano al mattino non si ingeriva più nulla fino al tramonto.
Era una fetta di pane nero umido, pesante, accompagnato da un cucchiaino di margarina e, due volte alla setimana, da una fetta di salsiccia di cui nessuno voleva conoscere il contenuto. Mangiavamo felici. Seicento calorie al giorno, la dieta pensata per noi: il giusto per sopravvivere una media di sei mesi."
(Sopravvissuta ad Auschwitz, Liliana Segre)
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